
La Prof Nuvoletta:
una Donna che fa la rivoluzione

Alla nostra età nasce e cresce il desiderio di lottare per ciò in cui si crede, i più valorosi tra noi scendono in piazza per portare avanti le loro battaglie; ma alla nostra età si è solo all’inizio, si assaggia soltanto la vera essenza della lotta per gli ideali.
Proprio per questo, noi della redazione vogliamo portare a voi lettori la testimonianza di qualcuno che ha seguito il proprio desiderio e che è sceso in piazza: la professoressa Maria Nuvoletta, insegnante all’indirizzo Scienze umane del nostro liceo, distinguibilissima per la sgargiante chioma rossa, è stata da subito entusiasta di partecipare a quest’intervista.
Ha subito citato un’esperienza emblematica con uno scintillio negli occhi che mi ha subito rapita seppur tramite uno schermo: davanti a me c’era una Nuvoletta appena diplomata che raccontava l’immagine ancora fresca e vivida della prima professoressa che le abbia mai raccontato il femminismo a 360°.
Per una classe ’59 come quella della prof Nuvoletta, la possibilità di avere testimonianze a sostegno della parità dei sessi era qualcosa di prezioso e proibito, quelle nozioni andavano custodite gelosamente e tenute lontane dagli occhi dei familiari, quasi fossero pepite d’oro.
La nonna e poi la mamma della mia intervistata avevano sempre vissuto nel sistema meccanico che le vedeva come “padrone” della famiglia, padrone della famiglia quando si è a cucinare il pranzo della domenica, quando si insegna alle figlie femmine come stirare le camicie dei loro fratellini o quando si insegna che non ci alza da tavola finché Il Papà non ha finito i maccheroni.
Nessuna delle due aveva studiato per quella carriera, avevano affinato la tecnica precisa e ripetitiva di imitare le loro genitrici, un “giocare a fare la mamma” solo con bambini veri e pentolini più grandi.
Maria, però, decise di portare avanti gli studi, si iscrisse al liceo magistrale sotto lo sguardo stupito e discordante della sua famiglia. Lì, come tutti noi crebbe, crebbero le sue amicizie, crebbero le sue conoscenze sul mondo dei maschi e delle femmine e crebbe in lei la bramosia di studiare la storia, le guerre e le questioni sociali che non facevano altro che aprirle la testa e riempirla di nozioni, facendo germogliare delle domande. Presto scoprì che non era la sola ad averne.
La professoressa mi ha raccontato questa parte della sua storia cambiando approccio. Mentre mi raccontava dei primi salottini colmi di ragionamenti, suoi e delle giovani compagne, la sua voce si era intenerita: “Sfortunatamente il covid vi ha negato tutto questo, ma, ringraziando il cielo, ci sono i social.”
Quando lei manifestava per il femminismo i media erano un pericolo: durante i cortei sentinelle improvvisate avvisavano le sorelle manifestanti quando c’erano reporter in avvicinamento.
Essere inquadrati in viso, vedersi ed essere vista in televisione era una condanna a morte; sedere a tavola con un boia sarebbe stato meno pericoloso che sedere a cena durante il telegiornale a fianco del proprio padre.
Il padre della mia intervistata trovava poco “aggraziate” tutte quelle donne ammassate, urlanti, proclamanti la necessità di un cambiamento che… “Se fino a quel momento non c’era stato, perché sbraitare adesso?”
“Ma sono venuta a sapere di padri ben peggiori!”, mi ha detto Maria. Proprio per questo, infatti, il gruppetto che prendeva parte ai salotti si sfoltì, finché non rimasero che pochissime di loro.
La nostra lunga conversazione si è conclusa, poi, con una frase emblematica: “Tutti dobbiamo fare tutto per tutti. Quando prendi un impegno civile, ti dedichi alla solidarietà, questa verrà percepita dagli altri e gli altri vorranno darne a te. É con il dialogo che si ottiene tutto questo… I cortei, le urla… Prima ci vogliono idee ed impegno.”.
La professoressa Maria Nuvoletta sta ancora protestando, lo fa insegnando le scienze umane, cercando di spronare le menti dei nuovi uomini e donne a vivere nella solidarietà.
Articolo di Alessandra Mavaro

Foto di Giulia Gigante