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Oltre il fairplay

 

Vi è mai capitato di mettere tutto in gioco? Di mettere in gioco la vostra incolumità, salute fisica e mentale? Vi siete mai dati talmente tanto a qualcosa al punto di essere il migliore?
Ecco, questo è ciò che è accaduto ad Alex Schwazer, marciatore italiano e campione olimpico della 50 km a Pechino 2008, il quale, per innocente fragilità, si è lasciato trarre in inganno da uno dei nemici più subdoli e grandi degli sportivi: il doping.
Molti di voi già sapranno che l'utilizzo delle sostanze dopanti per aumentare il proprio rendimento fisico è uno dei gesti più soggetti a restrizioni e condannati dal mondo sportivo; risultare positivo ad un test anti-doping è una vergogna che rimarrà per sempre a marcare la carriera dello sfortunato atleta. Gli atleti risultati positivi, infatti, vengono squalificati per un lasso di tempo determinato, i più sfortunati possono esserlo anche per tutta la vita.
Ahimè, nonostante la sua squalifica non sia stata un ultimatum, anche Alex Schwazer rientra tra gli atleti marchiati a vita come imbroglioni dopati.
Come racconta nella sua autobiografia “Dopo il traguardo”, uscita quest'anno, il periodo di inizio al doping era uno di quelli burrascosi e bui, dove sentiva la propria vita pesargli sulla schiena, schiena che pian piano si riempiva di crepe come un sottile calice di cristallo a sostenere tonnellate di libri; è nello scappare da questo immane peso che ha ceduto alla tentazione malefica del doping, che lo ha portato a soffrire nel fisico e a tradire i genitori e sua moglie Carolina, sportiva anch’ella.
Proprio quest’ultima sarà la persona a lui più vicina appena ricevuta la squalifica ufficiale dalle Olimpiadi 2020.
Ora Alex è un papà eccellente, un papà che ha imparato a prendersi cura di sé stesso, un papà che saprà insegnare ai suoi piccoli che, sì, i momenti tristi esistono, e bisogna rispettare e trarre insegnamento dalle proprie cicatrici.
Ora Alex non si vergogna più.

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Fotografia di Chiara Capriello

Articolo di Alessandra Mavaro e Federica Battaglia

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