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I canoni estetici: da sempre una rottura di cazzo.

Non so voi, ma la storia mi ha sempre intrigato molto, soprattutto vedere le differenze tra la realtà attuale e quella del passato. Sapete una cosa che è cambiata continuamente nel corso dei secoli? L’estetica, o meglio i canoni di bellezza e estetica.

 

Penso sappiate quali siano i canoni attuali e se non ve lo ricordate, basta che apriate i vostri salvati nella scheda workout o make-up di insta… o più semplicemente tiktok; in ogni caso, possiamo tutti confermare che la bellezza attuale sia un “po’ difficile” da raggiungere, allora viene da chiedermi: sarebbe stato più semplice se gli standard attuali fossero quelli, che so, dell’epoca vittoriana?

Risposta veloce? No. Risposta articolata? Decisamente no.

 

Mi spiego meglio, durante l’epoca vittoriana il rigore e la castità erano pilastri fondamentali in quella società, ciò ovviamente si riversava anche sull’estetica. Ora, io non so voi, ma uscire per il centro storico con più sottogonne che sopracciglia (sì, perché le depilavano) non mi sembra il massimo del divertimento.

 

Anche l’abbigliamento maschile era di un’ovvia praticità: composto da un comodissimo mutandone largo quanto le pozzanghere davanti scuola quando piove, una camicia altrettanto lunga e dei pantaloni. Anche la giacca era obbligatoria, ma questa tendeva a cambiare nel corso degli anni così come il panciotto, la cravatta e così via.

Immaginate andare sul motorino con questo abbigliamento… un piacere indescrivibile. 

Un’altra caratteristica molto ricercata era il pallore della pelle, ma non un pallore normale, sarebbe fin troppo semplice: loro volevano assomigliare ai malati di tubercolosi, erano considerati attraenti… Immagino già le faide su twitter a riguardo. “È irrispettoso verso i malati di tubercolosi!”

 

Bisogna però specificare che questa era la moda dell’aristocrazia, le classi meno agiate avevano un vestiario meno complesso, ma altrettanto scomodo. Noi ragazze, seguendo il fantastico binarismo di genere, dovremmo andare a scuola, o a lavorare, con dei lunghi e ingombranti vestiti; certo, la quantità di sottogonne diminuirebbe, ma credo sarebbe comunque un incubo, almeno per me, che a stento tollero i maglioni di lana. Forse per i ragazzi sarebbe più semplice – ovviamente – ma non credo che sceglierebbero quell’estetica lì in ogni caso.

Articolo di Benedetta Santagata

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Disegno di Anna Savastano

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