
Giovani in guerra
Le notizie che provengono dall’est ci stanno tenendo col fiato sospeso da giorni. La guerra è diventata argomento centrale di tutti i giornali e ciò accresce un senso di consapevolezza non indifferente. Esso dovrebbe farci riflettere su quelle che sono le vere vittime di questa guerra, vittime che giorno e notte presiedono il fronte, imbracciando armi scomode e pesanti, magari pensando alla propria casa.
Vittime che per la maggior parte, come il Piero di De André, non hanno alcuna intenzione di essere lì, al freddo e con il costante terrore di poter morire; ma che allo stesso tempo, purtroppo, non hanno altra scelta. La logica da seguire è semplice: si può essere coraggiosi o disertori, senza alcuna via di mezzo. Purtroppo, in questo caso, nei paesi in conflitto rifiutarsi di prendere parte alla guerra è reato.
La maggior parte delle vittime della guerra sono ragazzi dai 18 anni in su, che vengono costretti ad abbandonare sogni, affetti e abitudini per diventare pedine di un gioco giocato dai potenti. Vittime che tutti, senza farlo apposta, ci sforziamo di rendere eroi simbolo di patriottismo ai nostri occhi e che, molto probabilmente, non hanno alcun interesse nell’essere considerati tali. Buona parte di loro vuole solo continuare la propria vita in pace.
Gli effetti devastanti che la guerra porta sui soldati, specialmente i più giovani, furono osservati in seguito alla prima guerra mondiale. Si notò come moltissimi soldati partiti in buona salute ritornarono con occhi aperti, ma vuoti, e riflessi acuti, ma tremolanti. Per molto tempo questi veri e propri danni psichici non vennero riconosciuti a dovere, anzi; tutt'oggi ci sentiamo dire di essere “scemi di guerra” quando abbiamo lo sguardo perso.
Restando in tema, c’è chi la guerra, nel corso dei secoli l’ha evitata fingendo questo e tanti altri tipi di invalidità. Nel dialetto napoletano è presente l’espressione “fare gli scemi per non andare in guerra”; spesso viene utilizzata con un'accezione negativa risultassero presentare i sintomi degli stessi disturbi psichici, dalla quale c’era chi guariva con del riposo e chi non si riprendeva affatto. I malati verranno poi soprannominati “scemi di guerra”.
Ripensando anche al passato dovremmo renderci conto che la guerra è una delle esperienze più traumatiche da vivere da civile come da soldato. Ciò però non deve frenare la nostra empatia, deve rafforzarla. Solo mettendoci nei panni dell’altro possiamo rimanere umani.
Articolo di Maria De Magistris
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Illustrazione di Ludovica Piranio